Scanno è uno dei luoghi più riconoscibili della storia della fotografia italiana. A renderlo celebre hanno contribuito, a partire dagli anni Cinquanta, le immagini di Henri Cartier-Bresson e, nel decennio successivo, quelle di Mario Giacomelli. Da allora, generazioni di fotografi hanno continuato a frequentare questo piccolo paese abruzzese, raccontandone le architetture, le strade, i suoi abitanti e le tradizioni attraverso il linguaggio prevalentemente in bianco e nero.
Scanno che non ho visto nasce da una condizione particolare. Giordano Macellari non è mai stato a Scanno. La sua conoscenza di questo luogo deriva dalle immagini realizzate da altri fotografi, dalla memoria visiva che si è costruita nel tempo intorno al paese e dall’immaginazione personale. Ha scelto proprio questa distanza come punto di partenza per un progetto che non intende documentare un luogo, ma reinterpretarne l’identità attraverso una visione autonoma.
Pur essendo profondamente legato alla fotografia in bianco e nero, ha scelto di confrontarsi con questa tradizione attraverso una strada espressiva differente, ponendo il colore al centro della propria ricerca. Un colore intenso, libero e talvolta lontano da quello naturale, che trova riferimenti nella ricerca fotografica di Franco Fontana e nella personale esperienza pittorica di Giordano Macellari.
Le architetture e gli elementi del paesaggio vengono attraversati da campiture cromatiche vivaci, con tonalità di giallo, rosso, magenta e blu, mentre le figure umane mantengono prevalentemente colori più vicini alla loro naturale apparenza. Ne nasce un dialogo tra realtà e interpretazione, tra riconoscibilità del luogo e trasformazione visiva.
Le immagini, realizzate interamente in digitale attraverso strumenti di intelligenza artificiale, non sono la restituzione di un’esperienza vissuta, ma la costruzione di un immaginario. Non cercano di riprodurre fedelmente Scanno, né di confrontarsi con le fotografie che ne hanno definito la storia. Piuttosto, ne attraversano la memoria visiva per costruire una rappresentazione personale, nella quale il colore diventa uno strumento espressivo e la fotografia si avvicina alla pittura.
Il titolo racchiude il senso stesso del progetto. Scanno che non ho visto è un luogo reale, ma anche un luogo immaginato, conosciuto attraverso lo sguardo degli altri e infine ricreato attraverso il linguaggio artistico di Macellari.
Trenta opere compongono questa serie, trenta interpretazioni di un luogo che l’artista non ha mai visitato, ma che ha scelto di attraversare con la propria immaginazione e il proprio linguaggio artistico.
Testo di Luna