La visione monocromatica di Giordano Macellari
La faggeta secolare di Canfaito, nelle Marche in Italia, è nell’immaginario collettivo il regno del colore e delle monumentali architetture arboree. Ogni anno orde di obiettivi vi si riversano per catturare la rassicurante tavolozza dei rossi autunnali o la maestosità dei faggi, sottomettendo il paesaggio allo stereotipo della cartolina turistica e del già visto.
Giordano Macellari compie un atto di rottura deliberato, nega il colore e ribalta il soggetto. Laddove tutti si lasciano distrarre dalle chiome degli alberi, lo sguardo di Macellari si focalizza su ciò che vive all’ombra del bosco, i buoi all’aperto. Attraverso un bianco e nero drammatico, spietato nei contrasti, dominato da neri assoluti e bianchi taglienti, gli animali vengono spogliati del contesto bucolico per essere restituiti come archetipi di una sacralità arcaica e monumentale. È il prolungamento del suo gesto pittorico sulla pellicola, una ricerca dell’essenziale che rifiuta il compromesso commerciale.
Questo percorso visivo non è la cronaca documentaristica di un luogo, ma un viaggio psicologico e concettuale, un flusso visionario che si muove tra stabilità e instabilità. L’artista trasforma il bestiame in pura tensione visiva, forme plastiche sospese tra apparizione e dissolvimento che si stagliano contro la severa geometria delle ombre del bosco.
Coerente con il suo percorso di totale riappropriazione del tempo e dello spazio, l’artista non ci regala la solita cartolina naturalistica, ma ci impone la sua personale visione del reale. Ci costringe a spostare l’attenzione, spogliando lo sguardo dal superfluo per spingerlo a guardare il mondo non come appare, ma come l’essenza pretende di essere vista.
Testo a cura di Luce